Cento anni fa il “sole rosso” dei Romanov

Romanov
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Russia, 7 novembre 1917: comincia l’incubo.

Una data nefasta quella del 7 novembre, una data purtroppo segnata indelebilmente nella storia dell’umanità e scritta con il sangue.

Cento anni fa la Russia vide sorgere un sole rosso che, come ci ricorda un noto proverbio della saggezza popolare, non annuncia che un cattivo tempo, e la tempesta infatti non tardò a scoppiare. Per oltre mezzo secolo una delle più sanguinarie e folli dittature che il mondo abbia mai conosciuto non ha seminato altro che morte, fame, paura e dolore, in quella che fu una grande e gloriosa nazione, e nel mondo intero.

Contrariamente a quanto taluni ancor oggi vorrebbero far credere, quello comunista non fu un paradiso, e la cosiddetta “rivoluzione d’ottobre” non fu un bel sogno. Essa, che non fu nemmeno una vera rivoluzione, ma un maldestro colpo di stato operato da uno sparuto gruppo di fanatici e che riuscì per la debolezza del governo provvisorio di allora che non godeva certo della fedeltà dell’esercito e tanto meno del popolo, quella sedicente rivoluzione, dicevo, non fu che un incubo e il preludio di un inferno vero e proprio.

Oltre cinquanta milioni di persone furono massacrate durante tutto il regime comunista e gli eccidi cominciarono già al tempo di Lenin, anche se alcuni nostalgici vorrebbero far credere che così non fosse. Comunemente infatti si ritiene che Stalin abbia perpetrato per primo crimini disumani e che abbia compromesso il buon operato del predecessore: niente di più falso. Deportazioni, gulag, carestie procurate intenzionalmente, massacri e crimini di ogni tipo, furono il pane quotidiano che il buon Lenin elargì al popolo russo, ai contadini particolarmente, i quali vennero più duramente vessati.

Egli, che riuscì a far ritorno in Russia solamente grazie alla collaborazione criminale del nemici della stessa Russia, non fece altro che imporre ad un popolo, che tutto poteva volere meno che essere guidato da quel folle, una sua visione allucinata della società e della realtà. Ogni dissidente, ogni libero pensatore fu ridotto al silenzio; la fede ortodossa che per secoli aveva animato il popolo russo, quasi ne fosse l’ossigeno, fu distrutta; il passato glorioso della Russia zarista fu cancellato. O almeno questa era l’intenzione di quel fanatico e dei suoi colleghi.

Emblematica è senz’altro la vicenda della famiglia imperiale, che subì sulla propria pelle la sorte che poi sarebbe toccata su ampia scala al popolo russo; possiamo anzi affermare che quel massacro non fu altri che il primo di una lunga serie che col tempo sarebbero divenuti sempre più consistenti e frequenti.

Solamente otto mesi dopo la “rivoluzione” infatti, nella notte tra il 17 e il 18 luglio 1918, l’intera famiglia imperiale, lo Zar Nicola II, l’Imperatrice Alessandra, lo Zarevich Alessio e le Granduchesse Olga, Tatiana, Maria e Anastasia, furono massacrati a colpi di pistola e baionetta nello scantinato dell’abitazione nella quale erano segregati, assieme ai fedelissimi servi che erano rimasti con loro, un cuoco, un medico, un valletto e una dama di compagnia e con loro perfino un cagnolino delle granduchesse. Al tremendo massacro seguì il tentativo, fortunatamente non riuscito, di distruggere i cadaveri spogliati di ogni avere e mutilati orribilmente da un branco di cani senza scrupoli. Quanto accadde quella notte fu voluto niente meno che dal buon vecchio Lenin, che avrebbe desiderato che tutto non venisse mai scoperto. Come loro milioni di russi, che giustamente si sollevarono contro la dittatura rossa, per decenni sarebbero stati brutalmente massacrati; come loro il popolo russo si vide privato oltre che della libertà anche dei beni e del cibo: la povertà si sarebbe assai diffusa e le carestie artificialmente procurate si sarebbero succedute nel tempo. Infatti durante la guerra civile, che vide contrapporsi i bianchi (truppe fedeli allo Zar) e i rossi (truppe in larga parte costrette con la forza e le minacce a lottare per la dittatura), dalle campagne venivano sequestrati i raccolti perché fossero destinati alle truppe: inizialmente ai contadini poteva restare il minimo indispensabile per sopravvivere, ma col passare del tempo le confische si fecero più dure e i poveri lavoratori rimasero senza cibo. Ovviamente questo innescava tutta una serie di drammatiche conseguenze che inevitabilmente portavano ancora morte e dolore tra il popolo: spinti dalla fame infatti i contadini si ribellavano e il difensore dei lavoratori, il loro liberatore e salvatore provvedeva a reprimere ogni disordine con una ferocia impressionante. In un suo scritto autografo il compagno Lenin dava infatti ordine ad un certo soviet di giustiziare tutti i ribelli e di appenderne i corpi il più in alto possibile affinché potessero essere visti anche nei villaggi vicini. Comune a quella dei Romanov fu infine la sorte di milioni di uomini, donne e bambini massacrati e sepolti in fosse comuni all’interno delle sconfinate foreste russe, che ad oggi ancora attendono giustizia, e che nella maggioranza dei casi sono stati condannati ad essere inghiottiti dall’oblio del tempo, dimenticati per sempre dagli uomini.

Decenni di repressioni e menzogne non sono riusciti a cancellare alcunché della storia, della fede e della cultura russa, che oggi risorgono e che ci auguriamo possano tornare a splendere e a fare grande di nuovo la Russia magari guidata da un altro Romanov e retta da una gloriosa Monarchia.