Caso Pescatori Sequestrati in Libia: La Repubblica Umilia l’Italia e fa Passare il Tutto per un Trionfo

Caso Pescatori Sequestrati in Libia: La Repubblica Umilia l’Italia e fa Passare il Tutto per un Trionfo

Di: Leonardo Rivalenti

            La liberazione dei 18 pescatori di Mazara del Vallo sequestrati, lo scorso settembre dalle milizie libiche del Generale Khalifa Haftar ha, giustamente, causato giubilo tra l’opinione pubblica nostrana. Da un lato, questa è indubbiamente una buona notizia, tuttavia, dall’altro, occorre affrontare una scomoda verità: quella che l’Italia Repubblicana abbia incassato una grave umiliazione, inflittale non da un governo legittimo a capo di uno stato riconosciuto, ma da un leader ribelle facente capo a quelle che nei fatti non sono che milizie, difficilmente equiparabili ad un esercito. Infatti, tale liberazione è venuta ad un prezzo: l’implicito riconoscimento e la legittimazione da parte italiana del Governo di Bengasi, dall’inizio del conflitto ostile al nostro paese e che in questo modo vede la sua posizione rinforzata a scapito nostro. Siamo così di fronte all’ennesima umiliazione che la Repubblica infligge alla nostra Nazione, tramite la sua incapacità di difendere non i suoi interessi, ma i suoi cittadini all’estero.

            Per meglio comprendere quanto avvenuto, tuttavia, occorre prima avere un’idea, anche se generica, di cosa stia accadendo in Libia dal 2011. Infatti in quell’anno, durante la Primavera Araba, un intervento militare Anglo-Franco-Americano, appoggiato anche dall’Italia, permise il collasso del regime di Muammar Gheddafi, aprendo così la via all’attuale stato di anarchia. Infatti, le forze di opposizione al decaduto regime si divisero presto in due governi: uno eletto democraticamente e con sede a Tripoli, appoggiato dall’Italia e dalla Turchia e riconosciuto dall’ONU, e una giunta militare, con sede a Bengasi e sostenuto, tra i vari stati, da Francia e Russia. Purtroppo per noi, sin dall’inizio il sostegno Italiano si è rivelato debole e poco decisivo, grazie al pacifismo e all’assenza di visione strategica della classe dirigente repubblicana. Il risultato di ciò è stato la graduale, ma inesorabile erosione della nostra influenza, a favore di potenze quali la Francia e la Turchia.

            In questo contesto è avvenuto il sequestro dei pescatori Italiani: quello di un paese ormai privato di qualsiasi voce in capitolo sul suo immediato vicinato e screditato nelle sue capacità di affermare la propria influenza o anche solo di proteggere i suoi cittadini. In poche parole, agli occhi di Haftar, l’anello debole della catena di potenze straniere che avvolge il suo paese. Impressione confermata dal fatto che le motovedette di Bengasi non abbiano avuto assolutamente nessuna difficoltà nell’effettuare questo loro sconfinamento in acque internazionali e sequestrare, contro ogni norma di diritto internazionale, due imbarcazioni italiane. In questo modo, per quei pescatori, sono iniziati tre lunghi mesi nelle carceri libiche, in cui, come quanto riportato dagli stessi, sarebbero stati tenuti in condizioni disumane, in condizioni igieniche deprecabili, senza neanche la possibilità di cambiare le proprie vesti, male alimentati e soggetti a costanti umiliazioni dei carcerieri. Tutto ciò mentre da Palazzo Chigi e dalla Farnesina arrivava solo un vergognoso silenzio.

            Si è così arrivati alla soluzione del 17 Dicembre, dopo una più che opportuna mobilitazione dell’AISE (ente dei Servizi Segreti incaricato dell’estero) per compensare l’incresciosa assenza governativa. In questo modo, di fronte ad una situazione di netto sfavore, la soluzione trovata dall’AISE è stata quella di permettere la visita di stato di due dei principali esponenti del Governo (il Premier e il Ministro degli Esteri) a Bengasi, in cambio della liberazione degli ostaggi. Un prezzo irrisorio, in apparenza, ma che invece assume, come anticipato, il carattere di un riconoscimento di un governo ostile, nonché di un atto di sottomissione ad esso. Naturalmente, al 17 Dicembre 2020 questa era l’unica opzione rimasta sul tavolo, ma probabilmente non lo sarebbe stato se il governo si fosse mobilitato tempestivamente ed energicamente a settembre, mettendo sotto pressione con tutti i mezzi a disposizione i ribelli della Cirenaica. Nulla di inconcepibile. Si pensi che solo pochi giorni fa la Turchia, di fronte ad una situazione analoga riguardante sempre il governo di Bengasi, ha avuto bisogno solamente di un’adeguata pressione diplomatica per assicurare il rilascio della sua nave nell’arco di cinque giorni.

            In questo modo, osserviamo ancora una volta l’inettitudine della classe politica repubblicana in politica estera. Come detto in precedenza, qui non siamo neanche più di fronte ad una repubblica incapace di difendere gli interessi nazionali, che è già un fatto assodato, ma addirittura incapace di difendere i propri cittadini e di imporre quel minimo di rispetto che una nazione con la nostra storia e le nostre (sopravviventi) risorse dovrebbe ricevere. Tutto ciò non sorprende minimamente in un sistema politico nato da una frode e che nei suoi oltre 70 anni di esistenza ha promosso frammentazione e interessi faziosi, tutto a scapito del bene comune della nazione. Ancora una volta quindi, si palesa la necessità di una riforma delle istituzioni in senso monarchico, al fine di promuovere tale unità e conferire nuovo vigore al nostro paese, affinché non si ripetano simili oltraggi.

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